La moda a misura di bambino

di Giovanna Pavesi
È un business o è solo un divertimento? Abbiamo parlato del fenomeno dei baby modelli con Anna Marino titolare di un'agenzia specializzata di Milano. E no, la risposta non è così scontata.

Baby modelli

Giocattoli. Bolle di sapone. Palloncini sui set. Un mondo a parte. Non un impegno vero e proprio ma nemmeno un gioco. Si mettono in posa, magari sorridendo, e sono abituati all’idea che una parrucchiera cambi la forma dei loro capelli. Un quarto d’ora, circa, per provare i vestiti. Poi mezz’ora di passerella, quando capita. I canoni estetici non sempre sono sufficienti per pubblicità, sfilate e shooting. Alcuni brand, in quei piccoli volti, ricercano imperfezioni e personalità. Sono i baby modelli, bambini ordinari, che le agenzie specializzate valutano e propongono per cataloghi di moda, film o spot. Ognuno scelto per caratteristiche diverse. Ognuno candidato a declinare la moda secondo le varie richieste dei grandi marchi.
Ogni città il suo campo: a Roma il cinema, a Milano stile e tendenza. Chi arriva da lontano può essere più penalizzato, perché le famiglie, per spostarsi da una città all’altra, devono fronteggiare spese per alloggi e trasporti. I compensi, poi, non sono sempre alti, nonostante il childrenswear valga 2,7 miliardi di euro, corrisponde al fatturato del 2016 della moda italiana junior e che include abbigliamento, intimo e accessori.
Frequentano la scuola, fanno i compiti tutti i pomeriggi, hanno fratelli e sorelle, vanno in gita e fanno sport. Possono iniziare anche molto piccoli, ma il periodo in cui sono impegnati sui set o sulle passerelle cambiano in base all’età. Una bambina di sei anni, per esempio, difficilmente può fare più di quattro ore al giorno. Spesso vengono notati per caso, camminando per la strada. Se hanno i lineamenti giusti gli esperti del settore propongono ai genitori dei casting gratuiti. Se scelti vengono inseriti in un elenco e sono richiamati in base alle esigenze dei clienti. Capita anche che siano le mamme e i papà stessi a tentare di introdurli in quel mondo. Per prestigio, per gioco o per ambizione.

Baby missLa scrittrice Flavia Piccinni si è finta madre di baby modelli e nel suo libro inchiesta sulla moda dei più piccoli, Bellissime. Baby miss, giovani modelli e aspiranti Lolite, edito da Fandango, ha raccontato di un’infanzia soffocata dai ritmi massacranti imposti dalle passerelle e di piccole truccate come fossero adulte. Ma le aziende non ci stanno. E raccontano un universo un po’ diverso.
Anna Marino, titolare di ‘Anna Emme Fashion Kids Agency’ di Milano, a LetteraDonna spiega perché non è d’accordo: «L’autrice ci descrive come dei centri di potere, parla di monetizzazione delle bambine e racconta un solo punto di vista, inquinato poi da pregiudizi. Tutto è migliorabile ma l’approfondimento giornalistico richiede cura: lei, invece, sembra mostrare soltanto una parte, tralasciando degli aspetti fondamentali che appartengono a questo mondo».

DOMANDA: Perché non le è piaciuto questo libro inchiesta?
RISPOSTA: Perché si fornisce una chiave di lettura prettamente negativa e si tende a demonizzare un mondo verso il quale Flavia Piccinni sembra essere prevenuta: il suo pensiero, ormai cristallizzato sulla sua esperienza personale, sembra non permetterle di guardare le cose con obiettività. E poi mette insieme troppe cose diverse.
D: A cosa si riferisce?
R: Si confondono le sfilate locali di paese con quelle di Pitti Bimbo o gli shooting delle case di moda. Fa dei cenni ai concorsi di bellezza americani che nulla hanno a che vedere con quanto accade in Italia. Sicuramente si parla di un grande business, ma l’autrice ha calcato troppo la mano. Ha anche mancato di rispetto a chi questo lavoro lo fa seriamente. Poi, capisco anche le esigenze di vendita.
D: Intende dire che descrive solo condizioni degradanti per avere più successo?
R: Sembra scrivere ciò che fa vendere di più. Già nelle pagine iniziali si comprende quale direzione prenderà. Piccinni fa alcuni esempi di passerelle in cui ai bambini manca l’acqua o non gli viene concesso di andare in bagno. Io, che alle sfilate di Pitti vado da anni, posso assicurare di non aver mai visto nulla di tutto ciò.
D: Alcuni però accusano il mondo della moda junior di «sfruttare» questi bimbi.
R: La scrittrice ci demonizza. I nostri compensi non sono altissimi, diversamente da quanto succede in altri ambienti frequentati dai più piccoli.
D: Può fare un esempio?
R: Nessuno parla del mondo del calcio, dove girano più soldi e dove le aspettative sono sicuramente molto più alte.
D: Ma non trova che siano due casi troppo diversi? Non c’è più competitività nel mostrarsi a una sfilata?
R: Mi creda, le stesse pressioni eccessive da parte di famiglie le ho viste anche sui bambini che giocano a pallone. Solo che in pochi lo dicono.
D: Pensa sia giusto che una bimba, fin da piccola, frequenti questo mondo?
R: Sì, purché i genitori facciano vivere ai propri figli questa esperienza in maniera sana. Lo ripeto ogni volta che li incontro nella mia agenzia: loro sono il fulcro di tutto. Le madri, in particolare, hanno un ruolo fondamentale.
D: Perché?
R: Perché trasmettiamo ciò che siamo e ciò che vogliamo. Loro sono la risultante e di riflesso, a volte, diventano l’opposto rispetto di noi. Io non mi stanco mai di ripetere che al primo posto vanno la scuola e la formazione, tutti strumenti che ti permettono di seguire sogni e ambizioni, oltre che darti capacità critica consapevolezza.
D: Che significato attribuisce alla bellezza?
R: È importante, è un valore e non deve essere demonizzata, perché tutto dipende dall’uso che se ne fa. Questo non solo nel mondo della moda. Poi, mi creda, non tutti i bambini «belli» percorrono questa strada. Sono scelte.
D: Dettate dai genitori?
R: No, sono decisioni dei più piccoli assecondate dai loro papà e mamme. Vanno accompagnati, spronati, devono sperimentare, capire chi sono e che cosa vogliono diventare. Non trovo insano il fatto che una bambina, da grande, voglia fare la modella. Non trovo giusto, invece, che madri e padri proiettino sui di loro ciò che avrebbero voluto essere.
D: E accade spesso?
R: Capita che alcuni ci vedano un riscatto personale o una seconda opportunità, ma io sono sempre stata dell’idea che i figli saranno sempre ciò che vorranno essere. Nella mia agenzia ho avuto bambine che ora studiando all’università e che non hanno mai avviato una carriera di questo tipo. Questa è un’esperienza che, nella maggior parte dei casi, ha una fine.
D: Cosa fate quando notate pressioni eccessive da parte delle famiglie?
R: Interveniamo, è per questo che esistiamo.
D: Come?
R: Dicendo subito «No, grazie»: non li prendiamo e non li iscriviamo. Ma i freni si possono porre in tanti modi.
D: Per esempio?
R: Le cito un caso. Avevamo un ragazzino molto richiesto. Mi accorsi che aveva qualche difficoltà nella lettura e lo feci presente alla madre che, fortunatamente, comprese e lo fece concentrare più sulla scuola, perché ne aveva bisogno. Poi, invece, ci sono casi limite.
D: Tipo?
R: Quando ci arrivano foto di bambine truccate o nude, per esempio. Cancello immediatamente tutto e non voglio proprio sapere.
D: Chi sceglie cosa fare indossare ai ragazzi?
R: I clienti. Però ricordo che, durante una sfilata di costumi, una donna chiamò il marito per chiedergli se fosse d’accordo che il figlio si mostrasse così in passerella. Lui disse di no e venne sostituito tranquillamente da un altro.
D: Che cosa rappresenta un defilé per i più piccoli?
R: Un gioco, un momento di svago, di divertimento e di leggerezza. È un modo per relazionarsi con altri che non conoscono e per vincere, quando ci sono, la timidezza e l’insicurezza. Ma può anche essere utile per consolidare il rapporto tra genitori e figli.
D: Lei lo considera un mestiere a tutti gli effetti?
R: Assolutamente no: questa è solo una piccola attività che fa da corollario a tutte le altre legate al mondo dell’infanzia. Potrei mostrarle l’elenco dei lavori che abbiamo perso per gite scolastiche, verifiche, recite o gare sportive.
D: Immagino, però, che voi abbiate accordi con i familiari: se salta un servizio voi ci rimettete. Come vi regolate in questo senso?
R: Funziona così: i genitori firmano una liberatoria con la quale ci autorizzano a proporre i loro figli per moda, pubblicità o cinema; poi, ogni singola richiesta specifica, che arriva da parte dei clienti, è sottoposta a madri e padri che ci danno la disponibilità o meno, in base agli impegni. Se salta un servizio l’agenzia non ci rimette nulla, semplicemente non avrà quella potenziale percentuale sul compenso del bambino.
D: Lei ha figli?
R: Sì.
D: Li proporrebbe mai per dei servizi?
R: No, non l’ho mai fatto per scelta personale. Prima di tutto perché vorrei tenere distinta la mia vita privata da quella lavorativa. E poi non lo farei ma perché non sarebbe corretto nei confronti degli altri che seguo. Passerebbero per dei raccomandati. Tuttavia non sarei contraria, se avessero i canoni estetici adeguati.
D: Quale approccio si usa, durante uno shooting, quando a posare non è un adulto?
R: Si usa la forma del gioco come espediente.
D: Lei è sempre presente sui set?
R: No, perché ne abbiamo parecchi in un giorno solo e, anche volendo, non si riuscirebbe a coprire tutto. Invece il Pitti Bimbo è un evento al quale siamo sempre presenti.
D: Quanto «guadagnano» i baby modelli e le loro famiglie?
R: I servizi fotografici vengono retribuiti ma i compensi sono piuttosto bassi.

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Publicato in: Educazione, Figli Argomenti: Data: 08-08-2017 08:12 PM


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