A scuola di sostegno, pagano i genitori

di Camilla Mantegazza
Troppi pochi insegnanti per bambini disabili. Le testimonianze di mamme e papà disposti anche a sovvenzionare la formazione dei docenti non specializzati. Una situazione drammatica.

Scuola disabilitàRicordate il Sogno all’incontrario di Paolo Rossi, dove a Milano gli alberi crescevano sugli alberi, i semafori stavano fissi sul verde e la Madonnina del Duomo fotografava i giapponesi? Ecco, fuori di metafora è quello che sta accadendo nel grande tritacarne della scuola italiana, dove ogni anno si ripete il siparietto delle assegnazioni delle cattedre ai docenti, con prof che non sanno più a quale Santo rivolgersi. Quanto al sostegno, le richieste sono numerose ma manca chi vuole aggiudicarsi un ruolo. Per le altre materie di insegnamento, fatta eccezione per la matematica, si verifica invece l’esatto contrario: tanti professori, pochi posti. Così, il paradosso viene subito a galla. Se latinisti e storici per guadagnarsi una classe fanno a pugni durante quei rari concorsi pubblici indetti dal ministero della Pubblica Istruzione (Miur), per accaparrarsi il sostegno vi è una penuria sempre più eclatante. I docenti titolati a svolgere queste funzioni non ci sono. Inutile girarci intorno.

INIZIO ANNO  CON L’ANSIA
Morena Fazzini ha 39 anni ed è presidente dell’associazione Illumina di Blu il Cielo della Valsassina e rappresentante dell’associazione Una Lanterna per la Speranza, con sede a Molteno, in provincia di Lecco. «Mamma, sei ‘la’ presidente, non ‘il’ presidente», si sente al di là del telefono. È Ryan che la corregge, suo figlio. «Appena è nato mi sono accorta che il mio bimbo aveva qualcosa di strano, di diverso dagli altri. In tenera età gli è stato diagnosticato l’autismo, sebbene si pensasse che le mie preoccupazioni non fossero reali, bensì dettate da una semplice depressione post-partum», racconta. Morena, come tutti genitori di bambini con disabilità, attende con ansia l’inizio della scuola, per capire a chi sarà assegnato suo figlio. L’ultima volta non le è andata proprio bene: una professoressa con esperienza sì ventennale, ma che mai prima di allora si era confrontata con giovani studenti autistici come suo figlio.

Morena Fazzini

Morena Fazzini (a sinistra) insieme a un’altra mamma dell’associazione Una Lanterna per la Speranza

«PAGHIAMO NOI LA FORMAZIONE AI DOCENTI»
«Almeno per il prossimo anno mi auguro di trovare una persona di buona volontà. Se così fosse potrebbe esserci la possibilità di pagare al docente un corso che possa dargli i rudimenti per affrontare determinate problematiche». Tuttavia, dopo aver sponsorizzato di tasca propria una formazione – con tutte le difficoltà economiche del caso – c’è sempre il rischio che l’insegnante venga trasferito in un altro istituto e il percorso intrapreso svanisca nel nulla. Capita ed è capitato. E ogni volta bisogna ricominciare da capo. «Ho visto con i miei occhi piccoli studenti dedicarsi alle fotocopie con la bidella oppure guardarla mentre pulisce i bagni: succede questo ai bambini che non vengono seguiti correttamente da chi non ha voglia o competenze», racconta ancora denunciando come bambini di sei anni siano relegati a fianco del personale che cerca di coinvolgerli nelle proprie mansione quotidiane.

POSTI VACANTI AL NORD
Ma che succede alla scuola italiana? Salvo Intravaia, giornalista di Repubblica che mastica il tema da anni, di certo non le manda a dire: «In una nazione che esporta cervelli, in cui la disoccupazione giovanile è a livelli imbarazzanti, si presenta una situazione surreale». È il Nord, però, che risente del problema più di altri: qui mancano sia i vincitori di concorso ,sia i precari di lunga data delle Gae, le graduatorie ad esaurimento, che si dividono a metà le immissioni di ruolo. Funziona così: nelle regioni settentrionali dovrebbero essere assunti 8.967 insegnanti di sostegno ma i vincitori di concorso sono solo 1.483 e i precari in Gae, invece, 284. Dunque, il calcolo è presto fatto. Degli 8.967 posti disponibili, ben 7.200 non potranno essere attribuiti. In Lombardia, i numeri crescono ulteriormente, facendosi sempre più allarmanti. Nella regione del presidente Maroni, infatti, non sarà possibile assegnare 3.947 cattedre su 4.566, ovvero l’86%. Poco male per i cosiddetti supplentisenza titolo‘ che, a ben dire, non sembrano gioire né dell’epiteto affidato loro dalla burocrazia ministeriale, né dell’impiego che si vedranno imporre al rientro dalla vacanze. Saranno loro ad occupare i posti vacanti, imparando i rudimenti del mestiere e assistendo ragazzini con qualsivoglia disabilità. Senza alcuna specializzazione, titolo o abilitazione.

FANTASMI SILENZIOSI
«Sta qui il vero problema, il risvolto negativo di tutta questa faccenda che ogni anno fa letteralmente penare le famiglie di chi, come me, ha un figlio con disabilità», racconta Elvira, 36enne milanese e mamma di Manuel, un bambino con sindrome di Down. «In realtà il sostegno al mio piccolo non non è mai mancato. Il problema è che si trattava di un professore di educazione artistica, con una laurea all’Accademia di Brera che ha dovuto e voluto riciclarsi in questo modo pur di portare a casa uno stipendio». Elvira è rassegnata, chi avrebbe dovuto essere la spalla di suo figlio si è trasformato nella sua ombra, incapace di aiutarlo in un percorso di crescita, didattico, umano e di inclusione. «Il suo merito è stato quello di essere in grado di assecondare Manuel: per anni è stato il suo fantasma silenzioso, inerme e privo di competenze specifiche. Il mio bambino ha perso così una grande occasione di crescita», dice ancora Elvira con la voce spezzata.

UN DOCENTE PER DUE
Le esperienze si ripetono, di roseo non c’è nulla. La questione sembra essere un disco rotto e aspiegarlo è un’altra mamma, rappresentante dell’associazione Un Cuore per l’Autismo. «Mio figlio, con una diagnosi di autismo grave, è stato affiancato da una signora laureata in scienze politiche che a metà anno ha preferito dedicarsi al lavoro di assicuratrice, lasciandoci completamente scoperti», spiega. «Fortunatamente la situazione è rientrata dopo alcune settimane, quando il suo posto è stato ricoperto da una nuova docente». Peccato che il nuovo assunto sia stato capace di chiedere il nome al suo bimbo dopo tre settimane dal primo approccio. Un bambino a cui erano state assegnate 24 ore di sostegno ma che, per mancanza di copertura, ha dovuto dividersi il privilegio di avere un insegnante con un altro alunno. 12 ore a testa, e la situazione si è risolta così.

«ADATTARSI È L’UNICA ALTERNATIVA
«È questa la normalità, c’è poco da stupirsi», racconta Federica, educatrice in una cooperativa brianzola. Da anni segue bambini e ragazzi con disabilità più o meno gravi nel loro percorso di crescita, dentro e fuori le mura domestica: a casa, a scuola, nei momenti ludici. Conosce bene la realtà di quello che è – o dovrebbe essere – il settore del sostegno scolastico. E la sua esperienza non è di certo felice. Lavora a tu per tu con docenti senza titolo riciclati nell’affiancare alunni autistici, con sindrome di Down o con lievi difficoltà. Mai, in tanti anni, ha trovato qualcuno che fosse realmente specializzato. Spesso Federica cerca di colmare le mancanze di insegnanti che si dichiarano apertamente incompetenti a quella loro delicata funzione, ricoprendola magari soltanto per pochi mesi. Poi via, e dopo settimane di buco nero, i ragazzi si trovano affiancati da altri prof, sempre diversi, sempre inadatti. «Capisco che pur di lavorare ci si adatti a quel che c’è. Ma non quando si lavora con le persone. Chi ha più bisogno non può avere gli scarti. Deve sempre avere il meglio. È come se un docente di matematica si riciclasse ad impartire lezioni di inglese o di italiano, magari in una scuola secondaria. Le famiglie lo accetterebbero di buon grado?». Più che di sogno all’incontrario, si tratta di un incubo. Svegliarsi, però, sembra essere molto difficile.

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Publicato in: Scuola Argomenti: , Data: 03-08-2017 05:02 PM


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