Mestruazioni pro-aborto

di Mariangela Cesarano
In Irlanda l'interruzione volontaria di gravidanza è punibile con il carcere. Dalle donne è partita una campagna social per sensibilizzare il primo ministro. L'AIED fa il punto sulla situazione italiana.
Una manifestazione a favore del diritto all'aborto.

Una manifestazione a favore del diritto all’aborto.

«Visto che sappiamo quanto lo Stato irlandese si interessi al nostro apparato riproduttivo, nomino il mio ventre ambasciata d’Irlanda». Così ha esordito l’attrice comica irlandese Grainne Maguire sull’account Twitter del primo ministro irlandese Enda Kenny. Pioniera della protesta mediatica pro-aborto, Maguire ha scatenato in queste settimane la rabbia di migliaia di donne irlandesi, incitandole a farsi sentire in nome del diritto all’interruzione volontaria di gravidanza: «Donne d’Irlanda, la vostra vagina è un business che riguarda il primo ministro, twittategli tutto sul vostro ciclo mestruale».

La comica Grainne Maguire.

La comica Grainne Maguire.

LA CAMPAGNA SOCIAL
In questo modo è iniziata la protesta mediatica, via Twitter e dai tratti decisamente sarcastici, dove la Maguire incita tutte le donne irlandesi a confessare i particolari più intimi delle proprie mestruazioni. Come a dire: «Se vuoi comandare sulle scelte che riguardano il mio apparato riproduttivo, allora devi conoscerne tutti i dettagli!». E così è stato. Da questi tweet iniziali, infatti, nei giorni successivi ne sono scaturiti una valanga, tutti indirizzati al capo del governo (@EndaKennyTD), che, ormai, viene messo scrupolosamente al corrente di fastidi, problematiche o rimedi caratteristici del periodo mestruale.

Il primo ministro irlandese Enda Kenny.

Il primo ministro irlandese Enda Kenny.

#REPEAL8TH, LA LEGGE
Sono circa 50mila le donne irlandesi che hanno aderito alla protesta twittando tramite l’hashtag #repeal8th (abroga l’8). Il riferimento è all’articolo 8 della costituzione irlandese, secondo cui l’interruzione di gravidanza è un reato costituzionale, quindi un crimine punibile con il carcere. La vita della madre, infatti, in termini scientifici è equiparata a quella del feto e, dunque, lo è anche in termini giuridici. Nell’emendamento numero 8 si legge: «Lo Stato afferma il diritto alla vita del nascituro e, tenuto conto dell’eguale diritto alla vita della madre, garantisce nella propria legislazione il riconoscimento e, per quanto possibile, l’esercizio effettivo e la tutela di tale diritto, attraverso idonee disposizioni normative».

UNO SGUARDO ALL’EUROPA
L’articolo 8 risale al referendum del 1983, quando il popolo irlandese condannò l’aborto come pratica illegale. Negli ultimi 32 anni, però, sono cambiate molte cose. È cambiato il ruolo dei media, è cambiata la società, è cambiato il ruolo della donna. Dagli Anni 70 in poi, il popolo rosa ha conquistato sempre più spazio all’interno del contesto europeo, ottenendo i primi riconoscimenti anche in termini giuridici. La lotta per il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza si inserisce proprio in quest’ottica: a partire prevalentemente dagli Anni 90, il diritto all’aborto è stato garantito dalle leggi di diversi paesi europei. Oggi, come sottolineato da un’indagine del Pew Research Center, nel 73% dei paesi europei l’aborto volontario è legale. Mancano all’appello Città del Vaticano e Malta, dove l’aborto è sempre vietato. In altri paesi, invece, l’aborto è ammesso solo in casi particolari, solitamente nel caso in cui la vita della mamma sia esposta a un serio rischio, mentre costituisce reato in caso di stupro. La particolarità dell’Irlanda è che si tratta dell’unico Paese che considera l’aborto come un crimine punibile con il carcere fino a 14 anni di reclusione.

Una manifestazione in ricordo di Savita Halappanavar.

Una manifestazione in ricordo di Savita Halappanavar.

MORTE SENZA DIRITTI
La definizione di ‘rischio‘ nella legislazione irlandese rimane ancora troppo ambigua e restrittiva. In un rapporto di Amnesty International sulla legislazione dell’aborto in Irlanda, diffuso il 9 giugno 2015 a Dublino, si mettono in luce i casi drammatici di mamme esposte a seri rischi per la salute a causa della restrittività della regolamentazione irlandese. Il caso più eclatante è datato 2012: Savita Halappanavar, morì a Galway per una setticemia causata da un aborto spontaneo. Un’inchiesta ha accertato che un aborto chirurgico le avrebbe salvato la vita. Ma la legge non lo consentiva allora, e non lo consentirebbe nemmeno adesso. Un’altra mamma, Lupe, è stata costretta a tenere dentro di sé un feto privo di battito cardiaco da 14 settimane, ed è dovuta tornare nel suo paese di origine, la Spagna, per ricevere un trattamento adeguato. Rebecca H., gravemente ammalata, si è vista negare un parto cesareo, poiché secondo i medici poteva danneggiare il feto. Così è stata costretta a subire 36 ore di doglie. Secondo l’indagine di Amnesty International, sono circa 4000 le donne che si vedono costrette a recarsi in altri stati europei per abortire, e ciò comporta, oltre a un notevole dispendio di tempo, energie e danaro, un grande stress stress fisico e psicologico.

Una manifestazione a favore dei matrimoni gay.

Una manifestazione a favore dei matrimoni gay.

LA CONTRADDIZIONE IRLANDESE
«L’Irlanda chiude gli occhi quando le donne si recano all’estero per abortire. È indifferente alla sofferenza che ne deriva e condanna le donne deboli, povere e vulnerabili, che non possono andare all’estero, a diventare criminali per aver provato a prendere decisioni sui propri corpi, decisioni che in alcuni casi sono una questione di vita e di morte». Così Colm O’Gorman, direttore generale di Amnesty International Irlanda, commenta l’attuale situazione irlandese. Parole che fanno riflettere, soprattutto se pensiamo che l’Irlanda, pur essendo lo stato più cattolico d’Europa, a maggio 2015, con un referendum che ha raccolto il  62,1% di esito favorevole, ha approvato i matrimoni omosessuali. È il primo paese europeo a fare questo grande passo attraverso una consultazione popolare. Per questo l’arcaicità delle leggi in materia di aborto appare ancora più evidente.

aied_milanoCHE COSA NE PENSA L’AIED
«Secondo noi, è una questione di diritti. In Italia il diritto della donna è più importante di quello del feto, almeno fino alla dodicesima settimana. Ci uniamo dunque alla protesta irlandese, data la giusta causa e la rivendicazione di un diritto ormai acquisito in molti paesi europei». La presa di posizione arriva dalla dottoressa Fernanda Sibilio e dall’equipe medica di cui è coordinatrice presso l’AIED di Milano, dove riveste l’incarico di Presidente. L’AIED (Associazione Italiana Educazione Demografica) ha come obiettivo il miglioramento della qualità della vita e la tutela della salute personale. Ecco che cosa hanno spiegato nell’intervista rilasciata a Letteradonna.it.

DOMANDA: Quante sono, in media, le donne che si rivolgono ad AIED per questioni inerenti all’aborto? Che età hanno?
RISPOSTA: All’anno, in media, una cinquantina di donne, comprese in una fascia di età che va dai venti ai quarantacinque anni. I motivi per cui prendono questa scelta sono molteplici: socio-economici (mancanza di lavoro, reddito basso, mancanza di una rete di supporto…) o personali (età, carriera, non desiderio di maternità, instabilità relazionale…).
D: Quali sono i rischi dell’aborto?
R: I rischi sono soprattutto psicologici. Una scelta così difficile e complessa richiederebbe necessariamente un accompagnamento e un supporto. Poi ci sono anche i rischi connessi alla salute fisica: alcuni di questi sono potenzialmente molto gravi, se non si ricevono cure e servizi adeguati. Per questo è importante legalizzare l’aborto ed evitare gli aborti clandestini.
D: In che modo si possono educare gli utenti verso una piena consapevolezza del cosiddetto ‘sé sessuale’ e del ‘sé riproduttivo’?
R: Lavorando molto sulla prevenzione ed erogando nelle scuole corsi di educazione sessuale e affettiva, in cui sollecitiamo il senso di responsabilità, rispetto e cura di sé. Promuoviamo anche i temi della prevenzione dalle malattie sessualmente trasmissibili e della contraccezione.
D: Perché è così importante parlare di questi temi?
R: La comunicazione è l’elemento necessario per una piena consapevolezza del sé a tutto tondo. I tabù portano ignoranze e timori, a volte inutili. Dunque, sollecitiamo genitori ed educatori a una apertura totale, ad un confronto libero e aperto. È sicuramente la soluzione migliore in un’ottica di prevenzione.
D: Il 19 ottobre del 2009 l’AIFA ha dato il via libera alla pillola RU486, il farmaco per l’aborto medico. In quali casi è consigliata rispetto all’interruzione di gravidanza tramite intervento chirurgico?
R: Entro la settima settimana di gravidanza ed è considerata meno invasiva dell’intervento chirurgico. Ma la situazione in Lombardia su questa faccenda è ancora arretrata. Da una recente indagine sull’utilizzo della RU486 negli ospedali della Lombardia, la percentuale di Ivg farmacologiche fino al 2014 è ferma al 4,5%. Trenta strutture lombarde sulle 62 che effettuano interruzioni di gravidanza non utilizzano la RU486, perché in molti casi non viene neanche proposto come metodo alternativo a quello chirurgico. Data anche l’alta percentuale di obiettori di coscienza, gli ospedali, sono costretti ad assumere a prestazione medici esterni per garantire il rispetto della legge 194/78, arrivando a costi annui di 255.556 euro.
D: Secondo voi,  il rischio psicologico maggiore, per una donna, proviene dalla pratica effettiva di un aborto volontario o dalla possibilità negata di scegliere sulla propria vita?
R: Sia la pratica effettiva di aborto che la mancata possibilità di scelta costituiscono entrambe un rischio psicologico se non portati avanti con consapevolezza e responsabilità. E, soprattutto, se non sussistono le condizioni per una scelta in totale libertà.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Publicato in: Gravidanza Argomenti: , , , , Data: 12-11-2015 04:57 PM


Lascia un Commento

*